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Caprino Città d'Arte
 
giovedì 14 novembre 2019

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Le fornaci


La fornace di Porcino prima della ricostruzioneLa presenza di argilla nel sottosuolo della contrada di Porcino ha dato luogo, sin dalla metà del XVI secolo, ad una fiorente industria di prodotti laterizi (coppi, mattoni e mattonelle) che furono utilizzati non solo nell’edilizia locale ma anche in quella dei paesi limitrofi e pure della città di Verona.
Col loro caratteristico colore grigio-giallastro questi manufatti sono ben distinguibili e tutt’ora molto ricercati per il loro gradevole effetto cromatico per essere utilizzati nei restauri di edifici nei centri storici.
L’argilla era cavata nei mesi invernali praticando pozzi di metri 4x4, profondi fino a 10 metri. La profondità giocava a favore della purezza dell’argilla. Lasciata in cumuli a gelare durante l’inverno onde favorire il processo di disgregazione, veniva poi immersa nell’acqua e, così inumidita, veniva pigiata con i piedi per amalgamarla e renderla plastica. L’impasto così ottenuto veniva posto, utilizzando un apposito desco, in stampi di ferro rettangolari (“chirola”) e lisciato superiormente a mano; quindi veniva adagiato sopra un semicilindro curvo in legno (“sipel”) per assumere la forma del coppo.
Estratti dallo stampo con un deciso e abile gesto delle mani, i pezzi venivano allineati sull’“area”, grande spiazzo di superficie sabbiosa tenuto costantemente spianato, affinché essicassero per poter essere agevolmente trasportati nella fornace a cuocere. Quando i pezzi avevano raggiunto il ragguardevole numero di 30-35 mila venivano accatastati in strati verticali nella fornace (“biscotta”), sul piano ottenuto da arcate costituite con massi di calcare con i quali si riempiva anche il vuoto formato tra i due archi.
Quindi si introduceva sotto le arcate, attraverso le bocche sul davanti, la legna in fascine che, in grandi quantità (circa 600 quintali), era stata raccolta durante l’inverno.
La cottura dei laterizi, che avveniva nei soli mesi di luglio e agosto, durava sei giorni, dalla domenica al sabato successivo, durante i quali il fuoco doveva costantemente essere alimentato. Il calore, che superava gli 800 gradi, provocava anche la cottura dei massi di calcare delle arcate che, gettati in acqua, si trasformavano in calce da costruzione.
Queste fornaci sono state attive fino a 50 anni fa. Ne esistono ancora oggi, anche se in stato di completo degrado, ma recentemente ne è stata restaurata una dai proprietari; presso la popolazione locale è ancora ben vivo il ricordo di questa attività che vedeva impegnate, oltre alle famiglie proprietarie delle fornaci, anche molti lavoranti, specie giovani e ragazze. La stessa accensione del fuoco per iniziare la cottura si svolgeva in forma solenne e rituale, con la presenza, si dice, del parroco che l’accendeva con una candelina della “seriola”.

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