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venerdì 6 dicembre 2019

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Le malghe


Malga ValfreddaFin dall’epoca romana e medioevale il monte Baldo è stato interessato da una consistente pastorizia ovina e caprina con forme di transumanza lungo percorsi tradizionali che dalla valle di Caprino risalivano le pendici del Baldo nei due versanti. Migliaia di pecore e capre provenienti dalla pianura veronese e mantovana e anche dalla valle dell’Adige si aggiungevano in estate al consistente numero di ovini che stanziavano sulle pendici baldensi.
I pastori utilizzavano come rifugio nella zona più elevata ricoveri, costruiti con muri a secco ricoperti di paglia, frasche o rami di pino mugo, oppure cavità sottoroccia. Resti di questi antichi insediamenti sono ancora visibili e rintracciabili a “Malmaor” a quota 1884 nel circo glaciale del Telegrafo, a Valdritta a quota 1800, interessante ricovero sottoroccia con probabile funzione protettiva dai lupi.Tipico camino esterno della malga montebaldina
Si trattava comunque di un allevamento intensivo che interessava negli ultimi tre secoli le aree al di sopra dei 1500 metri. L’allevamento bovino, invece, presente nell’area baldense ancora nel Medioevo, ebbe un notevole impulso a partire dal XVI secolo, grazie al miglioramento tecnico e qualitativo e quindi alla razionalizzazione dell’alpeggio operati dalla nobiltà locale “veneziana”. Il miglioramento prosegue poi nel Settecento e nell’Ottocento a scapito però di quello ovino e caprino sempre più marginalizzato in zone impervie ed elevate.
Nascono allora le tipiche malghe baldensi, dovute alla tradizionale maestria dei montanari e ad esigenze pratiche e funzionali, ma che inizialmente erano molto semplici, con un unico “logo del late” che trasforma ed adatta i precedenti baiti dei pastori di pecore situati fra i 1000 e i 1600 metri.
Sono edifici formati da un ovile a volto posto davanti o sormontato da più locali, costruiti con muri a secco e ricoperti di paglia e canne, che in seguito verranno trasformati in “casare”.
L’esigenza poi di consentire la residenza ai mandriani e di migliorare la lavorazione del latte e la conservazione del formaggio ha fatto sì che verso la fine del 1600 e nel corso del Settecento venissero ulteriormente modificate nella loro tipologia. Artefice del miglioramento è sempre la nobiltà “veneziana” interessata alla razionalizzazione dell’allevamento bovino.

I baiti ora vengono costruiti con due o più locali mentre il camino assume l’aspetto di una torre. Il baito della malga, posto su un poggio in una zona ben areata e ventilata, è costruito con pietrame calcareo raccolto sul posto.Logo del fogo

Presenta una forma rettangolare ed è diviso in due locali: “logo del fogo” e “logo del late”.
Il nome “logo del fogo” deriva da un grande camino a forma semicircolare che serve a contenere un grande paiolo di rame (la “caldèra”), che veniva appeso ad una mensola ruotante (la “mussa”), nel quale viene riscaldato il latte per ottenere il formaggio.
Il “logo del late” invece si trova sempre sul lato in pendio della malga e spesso termina in forma semicircolare per facilitare lo scorrimento dell’aria: possiede infatti piccole finestre sbarrate da paletti di legno o feritoie in pietra, in modo da consentire una migliore aerazione del locale che serviva come deposito del latte nelle “mastèle” (bacinelle di legno poco profonde) adatte per far affiorare la parte grassa (“panna”).
Nello stesso locale, ben ventilato, venivano posti ad asciugare i formaggi prima di venir sistemati nella “casara” e la ricotta. Inoltre con la “zangola” a mano veniva prodotto il burro.
Sotto i due “loghi” si trova spesso una piccola stanza con copertura a volta, che serve per ricoverare il bestiame appena nato o ammalato.
Nelle vicinanze della malga sorgevano inoltre altre costruzioni con funzioni accessorie: la “casara” dove venivano riposti e conservati i formaggi e il “porcile”, formato da tanti piccoli vani paralleli che ospitavano i maiali allevati in malga con la “scota”, cioè il siero che rimaneva dalla produzione della “puina” (ricotta).Malga Colonei di Caprino

Altri elementi tipici della malga sono il “marès”, uno spiazzo nei pressi del baito in cui sosta il bestiame per le due mungiture; i muretti di delimitazione e recinzione, in pietra a secco; un piccolo orto recintato per coltivare ortaggi che servivano a variare la dieta dei malghesi; la “pozza”, dove si raccoglie l’acqua piovana che serve per abbeverare il bestiame, ricavata in doline naturali il cui fondo veniva impermeabilizzato con argilla (“terra crea”) facendolo calpestare dalle mucche ed infine le “riserve”, cioè piccole aree quadrate o rettangolari di abeti, fittamente piantati e cintati con muretti a secco che servivano per il ricovero del bestiame durante la notte, in caso di temporali o nei giorni di gran caldo.
Dopo la seconda guerra mondiale, a causa della crisi agricola e del conseguente spopolamento della montagna, la malga è entrata in crisi come struttura economica, ma ancora oggi molte malghe vengono comunque utilizzate dai malghesi ed ospitano in media 30-40 capi di bestiame (le “paghe”) costituendo un paesaggio unico sul monte Baldo, grazie al loro armonico inserimento nel più ampio contesto della montagna.


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